Nascita e sviluppo della mindfulness: Introduzione

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La mindfulness, esperienza allo stesso tempo comune ed eccelsa, appartiene a tutti: individui, culture, religioni, filosofie, psicologie, popoli; ma forse nessuno riesce a realizzarla appieno. Quando negli anni ‘90 viene fondato negli Stati Uniti il Center For Mindfulness (CFM), la mindfulness diviene un metodo psico-educativo per la riduzione dello stress. Successivamente, grazie alle tante ricerche scientifiche che ne hanno mostrato l’efficacia per la salute fisica e mentale, entra come parte del bagaglio culturale di molto medici, psicologici e terapeuti a livello internazionale, configurandosi come una medicina complementare per il dolore cronico e una base, un sostegno e un vero strumento operativo per le psicoterapie di terza generazione, quali l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), la Dialectical Behaviour Therapy (DBT), la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), etc. Tutto cominciò grazie alla visione e all’intuizione di John Kabat-Zinn, avuta durante un ritiro di meditazione buddista:

«Come sarebbe bello se la meditazione buddista potesse aiutare tutti, indipendentemente dalla cultura, dalla religione, dal livello socio-culturale».

  1. Kabat-Zinn racconta ancora oggi come andò dai medici e chiese loro quanti pazienti non riuscissero ad aiutare in nessun modo: «Più del 20%» fu la risposta. «Mandateli da me», suggerì lui. Iniziò così ad insegnare yoga e meditazione negli “scantinati e nei sotterranei” dell’Ospedale del Massachusetts. Creò, assieme ad altri, un programma psico-educazionale (un vero e proprio protocollo) a cui dette il nome di Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR, riduzione dello stress basata sulla mindfulness), che unisce la meditazione di consapevolezza alla psicologia cognitiva, all’aikido e a molto altro. Viene accusato (allora e ancora ai nostri giorni) di decontestualizzare la meditazione; resta il fatto che nel frattempo le tante ricerche scientifiche mostrino come i pazienti migliorino. Lui stesso mi raccontò, quando ci alzammo dal tavolo della colazione durante un ritiro a Roma nel 2013, come ad uno dei primi incontri di Mind and Life seppe, la sera, che sarebbe stato presentato il giorno successivo al Dalai Lama come colui che tramite la mindfulness stava distruggendo il buddismo. Non dormì tutta notte e la passò invece in meditazione, vedendo scorrere i ricordi e le immagini dentro di sé di tutti i pazienti che negli anni erano stati aiutati al CFM dalla mindfulness e si determinò, nonostante tenesse tantissimo al parere del Dalai Lama, a continuare il suo operato, qualsiasi cosa questi avesse detto il giorno dopo. Mi raccontò che il Dalai Lama rispose così:

«La mindfulness, anche fuori dal contesto buddista, può aiutare tantissime persone; è solo importante che tutti abbiano chiara la differenza tra la pratica della mindfulness secolare e i sentieri buddisti».

D’altra parte, lo stesso Dalai Lama aveva affermato più volte l’importanza dei dialoghi tra scienziati e contemplativi:

«Se i metodi/strumenti del buddismo possono aiutare ad essere più felici e soffrire meno, è importante trovare il modo di insegnarli con un linguaggio secolare, cioè fuori dal contesto religioso, poiché» dice lo stesso Dalai Lama «ci sono più persone che soffrono che buddisti nel mondo, e molti di loro non credono in nessuna religione».

Anche J. Kabat-Zinn e il CFM dichiarano che la mindfulness e il protocollo MBSR non sono una decontestualizzazione del dharma, bensì una sua ricontestualizzazione. Ancora ai nostri giorni il dibattito su questo tema continua, a volte in modo acceso.

 

Estratto dal libro: “Pratiche bottom-up nelle dipendenze: verso un uno approccio con se stessi e coi pazienti

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